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La vera fede si fa carico degli altri PDF Stampa E-mail
Scritto da Ermes Ronchi   
Venerdì 20 Febbraio 2009 12:11

http://www.suorecappuccine.org/home/images/stories/news/sen.jpgVII Domenica Tempo ordinario Anno B
Isaia 43,18-19.21-22.24-25; Salmo 40; 2 Corinzi 1,18-22; Marco 2,1-12

“Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola. Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?».

L'hanno sollevato quattro amici; sulle loro spalle gli pareva di volare, lui che neppure camminava; per le strade, poi in alto sul tetto, poi giù nella stanza: nella forza della loro amicizia aveva ritrovato le sue ali infrante. Gesù, veduta la loro fede, disse: i tuoi peccati ti sono rimessi. Veduta la loro fede, non quella del paralitico, ma quella di coloro che lo portano, che scavalcano la folla, inventano una strada che non c'è, danneggiano una casa d'altri, pieni dell'incoscienza e della forza di chi ama e ha fiducia. Perdonato per la fede d'altri. Questa comunione di fede, questa catena di fiducia solleva e dà coraggio. Una fede che non si fa carico d'altri non è vera fede, insegnano i quattro sconosciuti portatori dell'uomo. Essere come loro, con questo peso d'umano sul cuore e sulle mani: Chiesa che non proclama verità astratte sopra il dolore delle persone, ma le solleva; che porta il peso e il rischio della loro speranza, invece di ribadire concetti.
Ti sono rimessi i peccati. L'uomo è rimasto senza parole, forse deluso: ma non è questo il mio problema. Dammi le mie gambe! Tutto qui è un gioco di simboli: il perdono e la guarigione del paralitico, il peccato allontanato e il lettuccio sollevato come un fuscello, non sono due fatti in successione, ma un unico evento. Il peccato è raccontato come una paralisi, un fallimento che ti blocca, uno sbaglio che ti pesa addosso. Il perdono è detto con un verbo di moto che annuncia partenze, il salpare della nave, l'avviarsi della carovana, che porta scritto "più in là". Strano perdono: che non è domandato; ma è la carne immobile che domanda cammini, estasi, sentieri nel sole; non c'è accusa dei peccati, ma la supplica silenziosa contro un peso che aderisce a te e ti paralizza; non c'è espiazione della colpa, non penitenza, ma prendere su il lettuccio, quella prigione odiata, e andarsene libero nel sole; non c'è merito alcuno, solo saper accogliere il dono; nessuna condizione, solo la gioia di chi ritrova la strada della vita. E questo scandalizza i benpensanti di sempre. Se basta così poco per essere perdonati, se il perdono è dato gratuitamente, sempre, allora come si fa a ritenere importanti le regole? Ma le regole non sono un debito da pagare a Dio, sono ciò che permette all'uomo di camminare verso la pienezza; via della vita per muovere verso il proprio fine; ritrovarle è ritrovare una vita verticale e una strada nel sole, la strada di Dio.