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Un asino, un agnello, un gallo PDF Stampa E-mail
Scritto da fra Giorgio Bonati OFMCap   
Martedì 07 Aprile 2009 21:04
http://www.suorecappuccine.org/home/images/stories/news/osiolek.jpgNel piccolo bestiario della Settimana Santa ci sono un asino, un agnello e un gallo. Potrebbero sembrare elementi laterali del quadro, forse non più di una semplice cornice, e invece sono forse più decisivi di quanto si creda.
L’asino che porta Gesù nell’ingresso trionfale in Gerusalemme è, come dovrebbe essere noto, un animale che rammenta i tempi di pace, al contrario del cavallo che è tipica bestia da guerra. Gesù se ne serve per proclamare che la sua venuta non è aggressiva né violenta, ma mite e benevola. In un certo senso l’asino conduce già verso l’agnello, animale dalle forti connotazioni simboliche, forse quello che ci è più familiare. Rimanda infatti al sacrificio di Gesù, “agnello di Dio”, e ci ricorda che la sua arrendevolezza di fronte alla brutalità del male incarnato nei suoi nemici, lo porterà alla morte. Non è dunque un caso che Gesù entri nella Settimana Santa su un asino pacifico e ne esca martoriato come un agnello. Ma il gallo? Dei tre animali è quello più elusivo: non lo si vede neanche, lo si sente, canta, e per giunta nella notte. Il gallo è però connesso con il rinnegamento di Pietro, e viene facile evocarlo il martedì santo, che mette al centro della pagina evangelica il tradimento di Giuda. E’ importante focalizzare anche visivamente la scena. Siamo nel bel mezzo della cena pasquale. Gesù sta mettendo il sigillo su una comunità di discepoli che ha raccolto e formato per tre anni, una comunità “tipica”, si direbbe, ma non certo “ideale”! Chi sono questi discepoli? Ce n’è per tutti i gusti, come si vede dalle loro reazioni a Gesù, che in un momento di forte commozione che non riesce a tenersi dentro, annuncia ad uno di loro che lo tradirà. Al fianco di Gesù c’è quello che “lui amava” e che sembra il depositario dei segreti del suo cuore. C’è poi Pietro, che pare non avere accesso diretto a Gesù, ma vuole sapere chi è il traditore, essendo scontato che non sarà lui. Poi ci sono gli altri, di cui si dice che “nessuno capisce” quello che ha detto Gesù. E che ha detto Gesù? Ha detto al discepolo amato che il traditore sarebbe stato quello a cui lui porge un boccone di pane. E poi, rivolgendosi direttamente a Giuda, gli dice: “Quello che devi fare fallo subito”. Non capiscono. Perché questa incomprensione? Per capire Gesù bisogna pensare almeno due volte a quello che dice. E allora è forse il caso di dedurre che quando ci mettiamo a tavola con Gesù corriamo gli stessi rischi: di tradire, di rinnegare, di non capire, senza dimenticare, beninteso, che possiamo anche trovarci nella condizione beata del discepolo amato, che però è una figura che quasi scompare su uno sfondo non precisamente ottimistico. E questa è pur sempre “l’ultima cena”, quella che noi consideriamo il modello di riferimento delle nostre eucaristie. Non c'è che da stare allegri. Qualunque sia il tipo di “boccone” che Gesù ha dato a Giuda, E Pietro, che dichiara di voler dare la vita per Gesù, è ironicamente rimbrottato: “Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo prima che tu non mi abbia rinnegato tre volte”. Nelle nostre eucaristie non dovremmo mai dimenticare che c’è sempre un gallo che canta. Almeno a ricordare che non siamo la comunità ideale, ed evitare inutili e pericolosi trionfalismi. E’ necessario riandare in continuità ai racconti dell’ultima cena, anche per evitare che i riti che celebriamo in questi giorni scadano nel “ritualismo”, con un inevitabile effetto narcotizzante. Noi “celebriamo”, in effetti, non solo il dono di Gesù, ma anche il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, l’incomprensione e la fuga dei discepoli. Su questo sfondo, il gesto di Gesù appare ancora più straordinario. Non è il premio dato ad una comunità ideale, ma il sostegno offerto ad una comunità zoppicante. E il sostegno sono parole che dicono una richiesta accorata “Amatevi gli uni gli altri”. E il sostegno è un gesto sconvolgente “Lavatevi i piedi gli uni gli altri (presumibilmente non quelli puliti e profumati dei “riti”!). E il sostegno è una speranza comunque dichiarata, come a Pietro: “Per ora tu non puoi seguirmi, mi seguirai più tardi”. La cena e l’eucarestia, sono dunque il segno della voglia di Dio di avere una comunità che, nonostante debolezze, tradimenti e fiacchezze varie, continui a provare a far circolare quell’amore che si materializza in servizio. Torniamo al gallo, che non dovrebbe mancare in ogni eucarestia, a darle il realismo senza il quale il sacramento non realizza la sua funzione. Mi domando perché tra gli arredi liturgici non potrebbe anche esserci un gallo, magari in contrappunto con la croce. C’era una volta sui campanili, e forse se ne è perso il senso. Che è molteplice come ci ricorda un bellissimo inno di sant’Ambrogio. Il gallo annuncia l’alba, come il mandorlo annuncia la primavera. Il gallo ricorda il tradimento “notturno” di Giuda, di Pietro, degli altri, ma ricorda anche che nessuna notte sarà mai capace di spegnere la luce che Dio vuole irradiare sul mondo. Il gallo è dunque araldo della risurrezione, e dell’onda di vita che torna a dilagare nel mondo. “Al suo canto il navigante raccoglie le forze, si calmano i flutti del mare, e la stessa pietra di fondamento della Chiesa scioglie nel pianto la sua colpa. Il gallo risveglia quelli che dormono, sgrida i sonnolenti, rimprovera quelli che negano. Al canto del gallo la speranza ritorna, ai malati è ridata la salute, chi è caduto ritrova la fede”. Il gallo, insieme all’asino e all’agnello, dovrebbe aiutarci a guardare con onestà quel miscuglio di slancio e di fallimento di cui è fatta la vita nostra e delle nostre comunità. Ma soprattutto per ricordare che, finché canterà un gallo, un’alba continuerà, oltre ogni notte, a spuntare sul mondo.
 
Domenico Pezzini