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Se hai un cuore puoi salvarti PDF Stampa E-mail

scg_mIl 28 giugno 2019, Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, don Pietro Antonio Ruggiero nell'omelia parrocchiale evoca il nostro Verabile Fondatore Francesco Maria di Francia e il nostro Istituto. Ne riportiamo di seguito il testo integrale.

 


Prima Lettura Ez 34, 11-16

Salmo 22

Seconda Lettura Rm 5, 5-11

Vangelo Lc 15, 3-7

 

 

ppa_o  Carissimi fratelli e sorelle, la solennità odierna ci permette di fissare il nostro sguardo su uno dei più grandi misteri della nostra salvezza, quello del cuore di Cristo. Attraverso questa immagine, che è biblica e devozionale al tempo stesso, riusciamo a cogliere qualche tratto del mistero che supera notevolmente le nostre umane capacità. In fisica esiste un fenomeno per il quale se si mettono accanto due strumenti musicali a corda, quando si toccano le corde dell’uno vibrano anche le corde dell’altro, si tratta del fenomeno dell’assonanza. Allo stesso modo possiamo dire che i santi hanno fatto vibrare il proprio cuore con il cuore di Cristo, facendo giungere a noi gli echi di quelle vibrazioni d’amore. Padre Francesco Maria di Francia, sacerdote messinese e fondatore delle Suore Cappuccine del Sacro Cuore, che la Chiesa ha dichiarato Venerabile in questi giorni, è una vibrazione d’amore che ci fa intravedere il Cuore di Gesù. Le letture bibliche di questa solennità sono come un itinerario attorno a questa parola tanto centrale nell’esperienza umana, la parola cuore. Vorrei pertanto camminare brevemente con voi attraverso questo itinerario avendo per guida il Venerabile Francesco Maria di Francia.

 

1. «Io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna» (Ez 34,11)
Queste parole del profeta Ezechiele ci permettono di cogliere un primo significato della parola cuore. Il cuore ci viene presentato nelle conseguenze di ciò che prova e sente cioè nelle azioni, infatti il testo presenta Dio come un pastore intento a “fare”, ad “operare”, a “compiere” qualcosa per le proprie pecore. Il cuore è dunque nella sua prima accezione sorgente dell’operare. Ager sequitur esse, diceva un noto principio della filosofia scolastica, l’agire segue l’essere. Più tardi Gesù dirà «Qualunque cosa avete fatto ad uno di questi miei fratelli, l’avete fatta a me», porrà con queste parole, come l’antico Profeta, l’accento sul fare. “Avete fatto”, un amore non può restare inerte e verbale, finirebbe per tradire se stesso. Avere il cuore di Dio, significa compiere azioni che lo manifestano.

 

Il servizio ai poveri che le suore hanno come aspetto essenziale del loro carisma, è una manifestazione del cuore stesso di Dio: «Dal sacro Cuore la Suora Cappuccina del Sacro Cuore riceve forza e slancio per trasmettere l’amore misericordioso del Padre ai fratelli più bisognosi» (Costituzioni, art. 3). Tutta l’azione del Venerabile Francesco Maria fu una “azione” appunto, non una dichiarazione di principi o una enunciazione di dottrina. Il cuore è dunque la sorgente dell’operare della carità. Possiamo pertanto dire che avere un cuore per Dio, significa avere un operare in favore del’uomo. Il servizio agli orfani, la cura dei moribondi, ed anche il servizio ministeriale di Vicario Generale, costituirono per Padre Francesco, l’operare della carità. Per questo motivo, un agire conformemente ad un cuore che ama, è diventato il tratto distintivo ed al tempo stesso il traguardo delle sue figlie: «Nello svolgere la propria missione la Suora Cappuccina del Sacro Cuore accolga e renda vivo nel nostro tempo l’apostolato dei Fondatori…» (Costituzioni art. 72). Tutte le azioni descritte da Ezechiele ed attribuite al Pastore di Israele dicono, in un certo qual modo, la fantasia della carità che dal cuore di Dio si esprime in favore dei fratelli. “Cercherò”, “passerò in rassegna”, “farò uscire”, “radunerò”, “ricondurrò”, “condurrò”, “farò riposare”, “andrò in cerca”, “fascerò”, “curerò”, “pascerò”. A ciascuno di questi verbi sarebbe quasi possibile applicare le numerose esperienze di santità e di servizio che si sono manifestate nel corso della storia della Chiesa, da parte di quei cuori che hanno cercato di esprimere “i palpiti inenarrabili” (cfr Francesco Maria di Francia).

 

2. «Se dovessi camminare in una vale oscura» (Salmo 22)
Acclamando al Dio pastore, il salmistra non esita a dire che ogni essere umano deve attraversare una valle di oscurità. Si dischiude cosi un secondo significato della parola cuore, pertanto soffermiamoci brevemente sul cuore che attraversa la valle oscura. Numerose sono le accezioni di questa immagine alquanto eloquente, ma ci è possibile ricondurle a due grandi filoni biblici: c’è una valle oscura che è quella del peccato, della superficialità, dell’indifferenza, della tiepidezza ed in ultima analisi del male e della morte; c’è poi una vale oscura, che la tradizione mistica ha preferito chiamare “notte oscura” essa è la non percezione della presenza di Dio che dopo aver ferito fugge via come un cervo (cfr san Giovanni della Croce), Dio si rende assente e il soggetto diventa ateo a –Teos cioè senza Dio. Gesù stesso secondo i padri della Chiesa ha attraversato questa terribile valle dal Getsemani fino agli inferi portando in essa la luce della vita.

 

Anche padre Francesco nella sua esistenza, se pur breve, ha sperimentato la fatica della cristi e il disagio dell’incomprensione, possiamo affermare che la sua fede e la sua speranza, che oggi la Chiesa dichiara essere eroiche, si sono temprate al fuoco della valle oscura. L’articolo 92 del Direttorio delle Suore Cappuccine dice che la novizia tra gli altri obiettivi deve anche essere introdotta: «all’accettazione coraggiosa del mistero della croce», mentre a proposito delle fragilità all’art 28 è detto «la suora accetta con umiltà e serenità eventuali sue esperienze negative e ferite ricevute». Tornano così le due accezioni della valle oscura come “croce” e come “fragilità e peccato”. Il cuore si misura quando entra in queste due dinamiche alquanto complesse. Il cuore di Gesù che ha affrontato la morte e il peccato e che per tale motivo ha sperimentato la più assoluta distanza dal Padre, apre sentieri anche al nostro cuore sovente nella valle oscura solo così, come è stato per Francesco Maria di Francia la passione del cuore diventa il cuore stesso di ogni passione.

 

3. «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito» (Rm 5,5)
L’apostolo svela a noi un terzo significato della parola cuore. Se pure la tradizione latina ha più legato lo Spirito alla mente – mentes tuorum visita – la lettera ai Romani non esita a dire che è stato riversato nei nostri cuori. Rahner non ha esitato ha ricollegare ogni dimensione del cuore a quel cuore trafitto dal quale scaturirono sangue e acqua. L’acqua di vita che scaturisce dal fianco del cuore crocifisso è lo Spirito Santo, così lo Spirito scaturisce dal Cuore e viene riversato nel cuore. Oggi noi possiamo dire che i sensi e il sentimento sono da ritenersi essenziali per la comprensione del mistero.

 

La vita e le parole di Francesco Maria di Francia ci conducono a pensare che egli non fu un uomo asettico, razionale nel senso di distaccato, ma un uomo pienamente coinvolto con tutta la sua persona, «se al mio Ciccillo si aprisse il cuore vi si troverebbe scritto carità». L’uomo ha bisogno di vedere e di fare sì che tale vedere divenga un toccare bisogna come far vibrare anche i sensi, così che la stessa liturgia diviene conforme quando coinvolge il cuore, quando il cuore comincia a guardare come diceva Riccardo di S.Vittore: «amor oculus este et amare videre est». il cuore di Francesco Maria “vede” il Cuore di Gesù in un cor ad cor loquitur di cui parlava il Beato cardinale Newman. Questo terzo aspetto del cuore, come sintesi di tutti i sentimenti che si lasciano coinvolgere, ci porta direttamente al senso dell’amore e del dolore di Dio: «Quando senti parlare della sofferenza di Dio è sempre in relazione all’amore», afferma Origene. Nel Venerabile Francesco Maria che si fa legare alla sedia per penitenza in suffragio delle Anime del Purgatorio, intravediamo qualcosa del profondo legame tra sofferenza, corpo ed amore. Sarebbe interessante indagare come l’amore riversato dallo Spirito nei nostri cuori coinvolge a pieno i nostri corpi a rende merito ad Agostino che afferma: Redeamus as cor ut inveniamus Eum – Ritorniamo al cuore per trovarLo.

 

4. «Pieno di gioia se la carica sulle spalle» (Lc 15,6)

Il nostro itinerario giunge così alla sua ultima tappa che ci presenta Gesù che si carica sulle spalle la pecora smarrita. Sappiamo bene, come questo gesto racconta non solo la salvezza, ma la misericordia con la quale è operata, racconta il cuore di Dio che cerca e salva, ma vorremmo provare a leggere qui un altro aspetto del Cuore di Gesù, che sente l’esigenza di entrare in contatto con la pecora e non solo di condurla ai pascoli e all’ovile, ma di abbracciarla e stringerla a sè. Molti autori hanno rappresentato questa scena, che è una delle prime scene dipinte del cristianesimo nelle catacombe, come una sorta di sintesi tra il viso di Gesù e la testa della pecora fino a diventare una sola cosa. Il cuore è qui l’organo della contemplazione che provoca una unione piena.

 

«Nell’adorazione eucaristica l’Istituto realizza concretamente la propria totale dedizione al Cuore di Gesù» (Costituzioni art. 4). In diversi passaggi delle Costituzioni e del Direttorio delle Suore Cappuccine, è espressa la dimensione contemplativa come dimensione unitiva, che per altro ha trovato in Madre Veronica Briguglio la sua sintesi più bella. Così ne deriva che la suora: «ascolta il cuore di Cristo che palpita nelle Scritture» (art 9); «risponde alla chiamata del Cuore misericordioso di Gesù, attraverso una libera e consapevole sequela» (art. 14); «esprime tale intimità filiale, cercando di alimentare la vita nascosta con Cristo in Dio» (art 42); «apprende quella misericordia che è il cuore stesso di Cristo» (art 50).

 

Carissimi fratelli e sorelle, Francesco Maria di Francia, che oggi la Chiesa ci addita quale maestro di fede eroica che vede Dio con il cuore, di speranza eroica che oltrepassa la valle oscura, di carità eroica che si esprime nel servizio dei fratelli, è l’esempio di quel vir unus quia amore singularis di cui parlava San Gregorio. Tu Maestro di umiltà, tu esempio di carità, che ora brilli luminoso nel cielo di Dio, ripeti a noi quanto i Padri del deserto dicevano ad ogni discepolo: «Se hai un cuore puoi salvarti» (Apoftegma 10). Amen